
La cultura dominante in Occidente ha fatto della continua crescita economica la chiave del benessere e la ragione ultima di ogni azione umana. Il risultato è che questa spasmodica ricerca non solo non ha contribuito ad aumentare la felicità delle persone, ma ha accentuato disagi sociali di ogni genere, emarginazioni, disgregazione del tessuto sociale, guasti ambientali. È questa la tesi esposta con passione civile e competenza scientifica da Clive Hamilton, economista e direttore dell’Australia Institute, in Sviluppo a tutti i costi? L’ossessione della crescita senza soste e la riduzione dell’uomo a soggetto meramente economico, costretto a un circolo vizioso di continuo consumo, hanno finito, secondo Hamilton, per alterare le priorità individuali e collettive, allentando i vincoli di coesione sociale. È dunque necessaria una riflessione su una politica di cambiamento per i Paesi ricchi, nei quali il bisogno emergente non è oggi quello di guadagnare sempre di più, ma di ritrovare una propria identità e un diverso rapporto con i propri simili e con l’ambiente. La critica di Hamilton non risparmia né i sistemi politici neoliberisti, né quelli che indica genericamente come di sinistra. I primi sono accusati in quanto produttori del feticcio della crescita, un meccanismo per il quale non sono riusciti a trovare dei correttivi. Ai secondi, invece, si addebita di continuare a emettere proclami datati dal punto di vista economico, con una visione angusta dell’universo umano. Il libro, tuttavia, non è solo critico nell’individuare uno per uno tutti i difetti del sistema capitalistico, ma anche propositivo: un intero capitolo e vari riferimenti sono infatti dedicati all’eudemonismo, una nuova filosofia e un programma politico per una società migliore.