D - La Repubblica delle donne 28.01.2006
Siamo tutti farma shoppers
SOCIETÀ - Il consumo compulsivo di medicine, diagnosi e terapie sta creando nuove tribù di pazienti-clienti. E presto ogni malattia avrà la sua griffe
Alla richiesta di riassumere il suo ultimo saggio investigativo, Generation Rx - How prescription drugs are altering American lives, minds and bodies (Houghton Mifflin, 2005), Greg Critser risponde di avere raccontato «come le pillole sono diventate bubble gum». In realtà ha fatto molto di più: ha spiegato «cosa resta di noi se all'equazione della vita sottraiamo il dolore». Esperto di tematiche farmaceutiche, editorialista per Harper's Magazine e Wall Street Journal, e autore del bestseller 2003 Fat land sull'emergenza obesità (in italiano Il Paese dei ciccioni, ed. Orme), nella sua ultima fatica Critser ha raccolto interviste a executive di industrie farmaceutiche notoriamente reticenti e una valanga di dati, arrivando a una teoria incandescente: l'ossessione per le medicine sta cambiando il corpo e la testa del popolo Usa. Gli americani mantengono un giro di tre miliardi di ricette l'anno per una spesa di 180 miliardi di dollari, che diventeranno 414 nel 2011. In principio erano i baby boomer, cresciuti con il consumo ricreativo di droghe e poi approdati nella valle felice degli antidepressivi. Poi sono arrivate le lifestyle drug, per smaltire la sbronza e superare la timidezza, aumentare la performance sessuale e lavorativa, spostare sempre più la soglia del dolore o della vecchiaia. Fermarsi non si può, soffrire non si deve: questa filosofia di fondo ha contagiato anche la terza età, che non esita ad assumere veri cocktail di farmaci. Gli ultimi a "cadere" sono stati i giovanissimi, la classe di farmaco-dipendenti in più rapida ascesa (con psicofarmaci e antidolorifici): infarciti di conoscenze scientifiche, giocano al dottore, automedicandosi e scambiando pillole con gli amici. L'abuso collettivo è alimentato da una coalizione silente tra giganti farmaceutici, lobbisti e pubblicitari (negli Stati Uniti, come in Nuova Zelanda, è consentito reclamizzare farmaci da prescrizione direttamente al consumatore). Critser lancia l'allarme: alla lunga, questo eccesso rischia di compromettere il fisico (secondo studi di settore, per esempio, gli antiacidi sarebbero responsabili dell'alterazione permanente del ph gastrico). Ma soprattutto, solleva un dubbio: è giusto che l'umanità si liberi da ogni male?
Dall'obesità, trattata nel primo libro, all'overdose di pillole: come mai questo salto?
«È stata un'evoluzione del tutto naturale: dopotutto si tratta sempre di "appetiti" in espansione. Tradizionalmente, gli americani tendono ad attraversare periodi di farma-populismo e farma-stasi. Quando, nel 2002, ho appreso che il consumo di medicinali da prescrizione era raddoppiato in dodici anni, ho pensato: sarà perché stiamo invecchiando come popolazione. Ma non è così: il fenomeno è trasversale e interessa tutti i gruppi anagrafici». Così tocchiamo subito uno dei punti caldi della teoria di Critser, secondo cui il popolo americano è suddiviso in "tribù" medicinali: la "gioventù a elevata performance", la "mezz'età della produttività e comfort", la "terza età su di giri". Gli spot tv di fondi pensionistici e assicurazioni mediche non mostrano altro che sedie a dondolo vuote: i nonnini sono intenti a domare puledri selvaggi. Uno dei capitoli più divertenti, ma anche più agghiaccianti del libro, descrive il 2002 Pharmaceutical marketing congress: «C'è ancora un numero cospicuo di pazienti che non sanno di dover esser nostri pazienti», notava uno degli speaker. «Dobbiamo spingerli a desiderare un'aspettativa di vita superiore».
Tutte le tribù farmaceutiche sono figlie della stessa madre: "big pharma", i giganti del settore, che vendono il prodotto medicinale anzitutto creando il mercato, rendendoci consapevoli di bisogni e disturbi che non sapevamo di avere (o allargando lo spettro d'impiego di prodotti già in commercio). Lo fanno tramite la pubblicità, la sponsorizzazione di certa divulgazione medico-scientifica (vedi molti siti web di salute), un'opera costante di lobbying che si traduce in una regolamentazione meno stringente, nella protezione dei brevetti a scapito dei farmaci generici eccetera. La Food and drug administration ha accelerato il processo di revisione dei nuovi farmaci. Più del 50 per cento delle 1035 nuove medicine approvate tra il 1989 e il 2000, tuttavia, non rappresentava "alcun significativo miglioramento clinico". Allora, perché approvarle?
Nulla di tutto questo farebbe presa se gli americani non fossero già predisposti alla farmacodipendenza.
«Vero. L'impiego di medicinali è del tutto umano e, nella sua forma più elementare, riflette un accumulo di conoscenza. Non è un caso, infatti, che i giovanissimi rappresentino l'ultima conquista del marketing farmaceutico: sono la prima generazione a ricevere informazioni circa il funzionamento del corpo e della mente umana dai media, anziché dai professionisti. I ragazzi del college vanno dai loro medici e sanno già cosa vogliono farsi prescrivere, e anche qual è il meccanismo d'azione del prodotto».
Ma non può essere tutta colpa dell'informazione...
«E infatti non lo è. Siamo in corsa contro i limiti della scienza. Partiamo da due messaggi in contraddizione: "devi rendere al massimo" e "non ti meriti il dolore". Il risultato, comunque sia, è la ricerca dell'immortalità. Su questo, non a caso, verte il mio prossimo progetto».
Cosa c'è di sbagliato nella ricerca dell'immortalità?
«Nulla, e non si tratta nemmeno di un sentimento nuovo. Nel 1558 Alvise Cornaro scriveva La vita sobria, uno dei primi predicati di lunga vita: semplificando, spiegava che chi mangia poco e sano supera i cent'anni. Il problema è che, nel caso degli Stati Uniti, il predicato è stato estremizzato: siamo gli ottimisti, gli imperativi, i self-determined. Non abbiamo mai avuto il feudalesimo, storicamente non siamo abituati a delegare. Vogliamo qualcosa? Ce lo prendiamo. In questa luce si può spiegare, per esempio, l'assenza di un sistema sanitario nazionale».
E i pericoli, a lungo andare?
«Be', ovviamente quelli per la salute. Parlando di effetti collaterali pensiamo sempre a qualche manifestazione immediata, ma che dire degli effetti cronici? Dei danni al fegato, allo stomaco, alla chimica del cervello...».
Secondo alcuni studi che cita nel libro, antidepressivi come il Paxil altererebbero la geografia nervosa del tronco encefalico...
«E che dire dei giovani che prendono il Ritalin per aumentare la resa nello studio? Alcuni si chiedono: chi assume sostanze psicoattive in un'età in cui il cervello è ancora "malleabile" ne risentirà in capo a dieci anni? Non lo sappiamo. Senza contare che, nella maggior parte dei casi, un singolo paziente assume più di un farmaco».
Dunque, lo scenario realistico qual è?
«Sarà come per l'obesità: ci vorranno un paio di generazioni perché ci si renda conto di quanto capillare e profondo è il fenomeno, e perché si corra ai ripari. A quel punto sarà necessario fare un passo indietro: la condizione ideale, infatti, non è la totale assenza di medicazione, piuttosto un regime "farma-dietetico", insieme a un percorso informativo che passi per fonti "sicure" (Generation Rx si conclude con un elenco di siti e titoli ad hoc, ndr). Da un punto di vista sociologico, direi che dovremmo emanciparci dai farmaci e dai life-coach. Chiediamoci cosa vogliamo dalla vita, e impariamo da voi europei ad accettare un modicum di dolore. Ma credo che anche la vostra sopportazione del male sia agli sgoccioli. Non è un caso che studiate con tanto interesse gli schemi di consumo del nostro Paese...». Laura Lazzaroni
II marketing della salute
"II nostro business è trasformare la malattia in un marchio di fabbrica": così spiegava uno dei marketing executive incontrati dall'autore di Generation Rx. L'audience, il pubblico, viene creato, nello spettacolo come nel commercio dei medicinali. Così le "big pharma" captano le correnti sotterranee alla società (i nostri bisogni, sogni, paure) e pubblicizzano non tanto i farmaci quanto le "condizioni" curate. Il risultato? Secondo Critser. tre grandi farma-tribù:
• The tribe of high-performance youth
(la tribù della gioventù a elevata performance): stanchezza e tristezza sono lussi che i ragazzini non si possono permettere, se vogliono restare a galla in una delle società più competitive al mondo. La loro arma è il "California cocktail": Ritalin (originariamente prescritto per il disturbo da deficit di attenzione/iperattività), Neurontin (un antiepilettico prescritto off-label anche per il disturbo bipolare), Wellbutrin (un antidepressivo).
• The middle-years tribe
(la tribù della mezza età): mantenersi produttivi, allontanare lo spettro della vecchiaia; con questi imperativi i cinquantenni americani attingono a piene mani dagli scaffali degli antiacidi, degli antidepressivi, dei farmaci contro l'ipercolesterolemia, l'ipertensione, la disfunzione erettile.
• The tribe of high-performance aging
(la tribù della terza età su di giri): gli anziani mirano a conservare la propria indipendenza, assicurandosi al contempo una vita lunga e dalla qualità elevata. Ai farmaci cari alla "tribù della mezz'età" si associano spesso e volentieri medicinali contro l'osteoporosi, il diabete, l'artrite reumatoide, i disturbi della prostata.