Il Manifesto - 29.10.2004
Capitalisti rapaci
Chi erano i costruttori d'impero? Chi era quel personaggio un po' tisico e diabolico che rispondeva al nome di Jay Gould e che veniva sopranominato Mefistofele? E il Cesare Borgia californiano, invece, chi era? E i baroni ladri? Si potrebbe pensare a personaggi fantastici, magici, immaginari, estrapolati da una favola per bambini. In realtà nella storia che vi consigliamo di leggere, e che si legge come un romanzo, la fantasia non ha nulla della purezza delle favole, anzi, è quasi sempre associata al potere del denaro, alla ferocia e alla voracità dell'accumulazione, al cinismo della speculazione, all'anarchia della produzione e spesso al saccheggio del territorio; tutti valori che tra la metà del diciannovesimo secolo e l'inizio del ventesimo secolo negli Stati Uniti si incarnano in animal spirits ben lontani da quelli keynesiani, capitani d'industria che nel libro di Matthew Josephson prendono il nome di Robber Barons, tradotto in italiano con Capitalisti rapaci. E' la storia della nascita dell'impero che oggi domina il mondo senza più argini o contrappesi. Non delle istituzioni politiche ma di coloro che quell'impero lo hanno costruito in un far west non metaforico ma reale. Per capire l'aggressività politica e finanziaria degli Stati Uniti di oggi forse vale la pena dare uno sguardo a quel passato che viene raccontato da Josephson, perchè nelle gesta di quei cowboys in doppiopetto c'è la spiegazione della filosofia che guida il più potente dei capitalismi. Colpisce la storia editoriale di Capitalisti Rapaci. Quando esce negli Stati Uniti nel 1934 scala rapidamente le classifiche di vendita. Siamo in pieno New Deal, a 5 anni dalla crisi del 1929, agli albori del Welfare State, all'inizio di quel tentativo di arginare con un sistema di regole l'ararchia e l'aggressività del capitalismo americano con un sistema di regole. E il saggio di Josephson diventa subito la chiave di lettura dei disastri compiuti negli anni precedenti dai Robber Barons. In Italia il libro del giornalista americano, morto nel 1978, non viene mai tradotto. Viene spesso citato in lingua inglese da studiosi come Guido Rossi, che tra l'altro lo richiama anche nel suo ultimo libro Conflitto Epidemico, e da pochi altri cultori dei mercati americani ma nessuno dei nostri colossi editoriali pensa a un trattamento adeguato alla qualità del saggio. Come mai tanta trascuratezza per un libro che negli Stati Uniti ha avuto un peso importante in un epoca cruciale del capitalismo americano? Misteri dell'editoria italiana. Nel 2004 la casa editrice Orme, una piccola realtà fondata da Vittorio Meloni, (titolare di una società di comunicazione che si chiama FC Partner), nel 2002, decide di comprare i diritti e tradurlo in italiano. Forse la stessa operazione editoriale avrebbe potuto farla la Mondadori di Silvio Berlusconi. Perché proprio il colosso editoriale del cavaliere? Qualche tempo fa in un libro di Roberto Napoletano, dal titolo Capitani d'industria, il fedelissimo Fedele Confalonieri, citando Balzac, sosteneva che dietro ogni grande fortuna c'è un crimine. Per una volta non possiamo che essere d'accordo con lui, a condizione che questa diagnosi così spietata valga anche per il suo azionista di riferimento. Il libro di Josephson conferma proprio le parole dello scrittore francese: nella fase di massima accumulazione negli Stati Uniti la truffa e la malversazione, la speculazione e la corruzione non erano incidenti di percorso di una crescita ma erano in molti casi la leva dell'accumulazione stessa. Se no non si spiegherebbe la rapidità con la quale il capitalismo americano cresce e travalica quello anglosassone. Nel saggio si racconta, infatti, l'ascesa di personaggi come Rockfeller o Henry Cooke, di Cyrus Field o di Morgano di altri pionieri del capitale e ciò che colpisce è la rapidità, associata appunto alla rapacità con la quale questi e altri protagonisti del centro dell'impero costruiscono ricchezze. Davanti a loro non ci sono leggi ne regole, c'è soltanto un terreno fertile, sia dal punto di vista della mano d'opera che del territorio sul quale fondare la potenza americana.
Bruno Perini