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Le scienze - novembre 2006

Le energie del futuro

L'età della pietrà non finì perché finirono le pietre, l'età del petrolio non finirà perché
finirà il petrolio», è una frase di Ahmed Zaki Yamani, ex ministro dei petrolio in Arabia Saudita, che viene spesso citata da Jeremy Leggett. Vi è un senso in cui questa affermazione è vera, e uno in cui è falsa. È falsa perché il petrolio è scarso e si sta esaurenso velocemente. È vera perché l'era del petrolio (e dei combustibili fossili) deve finire comunque, a meno di non voler vedere che succede con lo sciglimento dei ghiacci polari.

Dunque, in un modo o nell'atro, siamo a Fine corsa: o si esaurisce il petrolio, o si esaurisce il pianeta come lo conosciamo. Jeremy Leggett, geologo per anni al servizio di compagnie petrolifere e ora passato sulle opposte sponde di Greenpeace, dedica il maggiore sforzo a mostrare quali sono gli scenari più plausibili relativi alla quantità di petrolio rimasto, e quindi a valutare quanto tempo manca prima che il petrolio diventi una risorsa estremamente scarsa e che la sua estrazione non sia più conveniente dal punto di vista economico. Vi sono due partiti al proposito (a veda anche l'articolo Petrolio: siamo in riserva? di Antonio Zecca e Christian zulberti, a pa. 50): gli ottimisti, che sostengono vi siano ancora 2000 miliardi di barili di petrolio a disposizione, e i pessimisti, secondo i quali di barili ne rimarrebbero non più di mille, e forse molto meno. La differenza è sostanziale perché sposta di oltre vent'anni il momento in cui la produzione toccherà il valore massimo rispetto alle riserve disponibili, il cosiddetto picco di Hubbert, dal nome dei geologo della Shell che nel 1956 calcolò il picco per la produzione petrolifera statunitense. Raggiunto il picco, la produzione inizierà a declinare, perché sarà sempre più complesso estrarre l'oro nero. Secondo gli ottimisti il picco verrà raggiunto dopo il 2030. Secondo i pessimisti, la svolta arriverà in questo decennio.

È comunque preoccupante il fatto che tra i pessimisti vi sia un nutrito gruppo di sicenziati, che hanno lavorato nelle compagnie petrolifere come Leggett stesso, conoscono bene i loro polli. Come viene bene messo in luce, le compagnie petrolifere tendono a sopravvalutare le proprie riserve: chi è all'interno lo sa bene, e nel 2004 la Shell ha cambiato i vertici proprio perché il presidente aveva gonfiato
le riserve del 25 percento. Il libro di Leggett è molto convincente da questo punto di vista, mostrando inoltre quanto poco ci si possa fidare dei parolieri, che da decenni fanno di tutto per mantenere la dipendenza del mondo occidentale. Il prezzo complessivo che paghiamo per soddisfare la dipendenza lo stiamo scoprendo solo ora: basta aggiungere al costo di un barile anche i costi ambientali, nonché quelli delle campagne militari per la difesa di posizioni strategihe (pozzi, oleodotti, porti).
Esistono soluzioni a portata di mano? Leggett, lasciato il petrolio e diventato direttore scientifico di Greenpeace, ha investito nell'industria del solare. Che però, come sappiamo, non e l'unica alternativa: l'eolico, l'idrico (anche sotto forma di maree), oltre alle fonti rinnovabili già note, possono essere utilizzate per evitare la crisi energetica. Ma è necessario un grande investimento, e quindi si devono superare
ostacoli altissimi, tra cui l'inerzia politica e la grande potenza economica delle industrie petrolifere. Vi è comunque un problema: le energie rinnovabili sono
ancora lontane dal momento in cui potranno sostituire tutte le applicazioni del petrolio e degli altri combustibili fossili. Che facciamo nel frattempo?