Speriamo in bio
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La Repubblica di Genova - 30.07.2006

Il manuale di sopravvivenza alimentare di Marina Seveso
La rivoluzione si fa a tavola il motto: "Speriamo in Bio"

“Speriamo in Bio” è la speranza di chi ha scoperto quanto dannoso può essere il cibo di cui ci nutriamo, è il motto di “una grande rivoluzione pacifica contro i cibi che minacciano la nostra salute” che, a sua volta, è il sottotitolo del libro di Marina Severo, giornalista e scrittrice (Orme Editori, 16 euro). “Speriamo in Bio” è anche, una guida utile, che parte dalla storia antica, per far capire come e perché il cibo biologico è migliore, dura più a lungo, nutre meglio. E non costa neppure troppo. A patto di sapersi organizzare.
Tutto incomincia, nel saggio dell'autrice, da un semplice frigorifero. Ma un frigorifero di un tempo, uno dei primi arrivati nelle case a affiancare credenze e stipi: c’erano serrature, anche per il frigo, e la chiave era in possesso della padrona di casa che «decideva come quando e per chi aprire la preziosa fonte di approvvigionamento». Ecco, adesso, il frigo non ha più chiavi e noi, ragiona Seveso, ci siamo trasformati da padroni a servitù, abbiamo consegnato quel potere, quelle chiavi, alle società industrializzate che il cibo producono abbondantemente. Eppure, senza arrivare alle esperienze degli eco villaggi come quello di Torri Superiori, vicino a Ventimiglia, dove si vive in comunità con regole precise, è possibile difendersi dal cibo non proprio sano, nella sostanza se non all'apparenza. Intanto le cifre segnalano che gli italiani, all’87 per cento, sono preoccupati di quello che mangiano. Si temono soprattutto i pesticidi (il 66 per cento) gli ormoni (67,1); il 64,3 si preoccupa degli antibiotici usati. Per arrivare all'80 per cento degli intervistati che giudica pericolosi i famosi Ogm, organismi geneticamente modificati. La realtà di oggi segnala che «il controllo diretto del cibo» non ci appartiene, anzi non ci viene neppure in mente. Lo abbiamo delegato, in cambio di una grande possibilità di scelta, a un «paese del Bengodi», come lo definisce l’autrice, fatto di supermarket e succulente tentazioni, di spesa facile, di attrazioni ben studiate. E mentre a chi produce restano davvero solo le briciole dei guadagni finali: 20 centesimi per un chilo di uva venduta a 2 euro, capita che molto del prodotto non venga neppure raccolto, perché il ricavo della vendita non paga la fatica. Ma capita anche che si organizzino banchetti di vendita diretta dal produttore a] consumatore, spesso un toccasana per il famoso rischio da “quarta settimana”, quella in cui lo stipendio scarseggia. E lo stesso può succedere nelle città: basta organizzarsi a gruppi di almeno dieci consumatori per acquistare prodotti sani, a buon prezzo. Per l’appunto, speriamo in Bio.
(w.v.)