Perché alle zebre non viene l'ulcera?
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13.06.2008 - Internazionale

Guerrieri Pacifici

Un tempo si pensava che gli esseri umani fossero gli unici primati violenti. Nei documentari di qualche decennio fa le voci narranti dichiaravano in tono drammatico: "Siamo l`unica specie che uccide i suoi simili". Questa teoria è crollata negli anni sessanta, quando si è scoperto che anche altri primati si comportano come gli esseri umani. Alcuni fabbricano lave sempre più grandi e pericolose, altri si dedicano a una vera e propria attività bellica: la violenza di gruppo organizzata contro le popolazioni nemiche.

L'evoluzione degli studi sui primati, tuttavia, ha messo in evidenza come le pratiche sociali varino da specie a specie. La vita di alcune è caratterizzata da violenze di ogni tipo, mentre altre hanno un atteggiamento più egualitario, comunitario e collaborativo nell`allevamento dei piccoli. Le scimmie di specie meno aggressive, come i gibboni e le marmosette, tendono a vivere in gruppo nelle rigogliose foreste pluviali, dove il cibo è abbondante e la vita più facile. Maschi e femmine sono più o meno delle stesse dimensioni e ai maschi mancano alcuni tratti sessuali secondari, come i canini lunghi e affilati o la colorazione vistosa. Le coppie restano insieme tutta la vita e i maschi partecipano all`allevamento dei piccoli. Nelle specie violente, come i babbuini e le scimmie rhesus, prevalgono invece le condizioni opposte. La caratteristica più inquietante delle specie violente era l`apparente inevitabilità del comportamento. Certe specie sembravano semplicemente il prodotto immutabile dell`interazione tra evoluzione e ambiente. E anche se i maschi umani non sono rigorosamente poligami o dotati di un fondoschiena rosso vivo e di canini lunghi quindici centimetri, era chiaro che la nostra specie aveva tratti in comune sia coni primati violenti sia con quelli meno aggressivi. "La loro natura" era diventata "la nostra natura". Era la teoria degli uomini come scimmie assassine divulgata dallo scrittore Robert Ardrey, secondo la quale gli esseri umani hanno la stessa probabilità di diventare pacifici e di sviluppare una coda prensile.
Questa tesi aveva un rigore scientifico pari a quello del film Il pianeta delle scimmie, ma ci sono volute molte ricerche per trovarne una che la sostituisse. Dopo anni di studi il quadro è diventato interessante. Sembra che alcune specie di primati siano naturalmente violente o pacifiche a causa della loro struttura sociale e dell`ambiente in cui vivono. Ma altre sono in grado di vivere pacificamente nonostante i tratti violenti insiti nella loro natura. Gli studiosi stanno cercando di capire in quali condizioni ciò avvenga e se sia possibile anche per noi esseri umani. Il vecchio dibattito tra "natura e cultura" è sostanzialmente una sciocchezza. Il comportamento dei geni è indissolubilmente intrecciato con le caratteristiche dell`ambiente in cui agiscono. In un certo senso è inutile perfino discutere su cosa faccia esattamente il gene X: dovremmo piuttosto capire cosa fa il gene X nell`ambiente Y. Comunque, se dovessimo prevedere il comportamento di un organismo sulla base di un unico elemento, sarebbe necessario sapere se questo elemento è di tipo genetico o ambientale. Babbuini della savana Due studi hanno dimostrato che il comportamento dei primati è in qualche modo indipendente dalla loro "natura". All`inizio degli anni settanta il primatologo Hans Kummer ha lavorato in una regione dell`Etiopia dove vivevano due specie di babbuini caratterizzate da sistemi sociali molto diversi tra di loro. I babbuini della savana vivono in branchi composti da un gran numero di maschi e di femmine, mentre i babbuini amadriadi hanno un`organizzazione sociale più complessa e gerarchica. Quando si trovano di fronte a un maschio minaccioso, le femmine delle due specie reagiscono in modo diverso: la babbuina amadriade cerca di calmare il maschio, quella della savana fugge. Kummer catturò una femmina adulta di babbuino della savana e la liberò in mezzo a un branco di amadriadi. Poi catturò una femmina adulta di amadriade e la liberò in mezzo a un branco di babbuini della savana. Anche se si trovavano tra esemplari di una specie diversa, all`inizio le femmine mantennero il comportamento tipico della loro specie. Ma presto si accorsero che era un errore e impararono le nuove regole. Quanto tempo ci misero? Circa un`ora. C`erano voluti millenni di differenziazioni genetiche per separare le due specie e l`esperienza di una vita per imparare le regole sociali. Ma era bastato pochissimo tempo perché gli esemplari cambiassero completamente atteggiamento.

SCIENZA
Il secondo esperimento fu condotto all`inizio degli anni novanta da Frans de Waal, della Emory University, e dalla sua allieva Denise Johanowicz. In questo caso lavorarono su due specie di macachi. In base a qualsiasi criterio umano i maschi di macaco rhesus non sono affatto simpatici. Hanno una gerarchia molto rigida: quelli in cima alla piramide s`impadroniscono della maggior parte del bottino di caccia, impongono il loro regime iniquo con grande ferocia e raramente si riconciliano dopo un combattimento. I macachi dalla coda mozza, che hanno quasi tutti i geni in comune con i loro cugini rhesus, sono invece molto meno aggressivi, hanno una gerarchia meno rigida, sono più egualitari e mostrano un comportamento che favorisce la coesione di gruppo. De Waal e Johanowicz crearono un gruppo di giovani macachi di entrambi i sessi mischiando rhesus e coda mozza. La cosa interessante fu che i macachi rhesus non aggredirono i coda mozza. Nel giro di qualche mese, invece, adottarono il loro stile sociale e alla fine raggiunsero lo stesso livello di comportamento conciliante. I rhesus non cominciarono a usare i gesti di riconciliazione specifici dei coda mozza, ma aumentarono la frequenza dei gesti analoghi tipici della loro specie. Quindi non stavano semplicemente imitando il comportamento dei coda mozza, ma incorporavano il concetto di riconciliazione nelle loro pratiche sociali. Alla fine, quando i macachi rhesus più cordiali furono restituiti al loro gruppo, mantennero il loro nuovo omportamento. Quello di De Waal fu un esperimento straordinario, ma pose un interrogativo: quando i rhesus tornarono nel loro mondo, diffusero il nuovo tipo di comportamento? No, o almeno non nell`arco di tempo relativamente breve in cui i macachi continuarono a essere studiati. Per trovare una risposta è stato necessario un altro esperimento. All`inizio degli anni ottanta studiavo il Branco della foresta, un gruppo di babbuini della savana che viveva in un parco nazionale del Kenya. Un altro branco di babbuini vicino al loro ebbe un colpo di fortuna: l`espansione di un villaggio turistico compreso nel loro territorio portò alla produzione di una maggiore quantità di rifiuti alimentari. I babbuini sono onnivori e questo "Branco della spazzatura" era felice di banchettare con cosce di pollo, hamburger, avanzi di torta al cioccolato e tutto quello che trovava. Nel giro di poco tempo i babbuini avevano cominciato a dormire sugli alberi vicino al mucchio dei rifiuti e ogni mattina scendevano per mangiare. Questa novità produsse un profondo cambiamento nel comportamento sociale del Branco della foresta. Ogni mattina, circa la metà dei suoi maschi adulti si infiltrava nel territorio del Branco della spazzatura e lottava con i maschi del posto per la conquista dei rifiuti. I maschi del Branco della foresta pronti all`assalto avevano due tratti in comune: erano particolarmente combattivi (caratteristica necessaria per strappare il cibo agli altri babbuini) e non erano molto interessati a socializzare (le incursioni avvenivano di mattina presto, quando di solito i babbuini della savana si dedicano alle loro pratiche igieniche comunitarie). Poco dopo, nel Branco della spazzatura scoppiò un`epidemia di tubercolosi, una malattia che si diffonde con una rapidità devastante e che assume forme molto gravi nei primati non umani. Quasi tutti i suoi membri morirono nell`arco di un anno e la stessa sorte toccò ai maschi del Branco della foresta che si erano nutriti di rifiuti del villaggio turistico (in seguito si scoprì che la causa della malattia era stata della carne avariata gettata nella spazzatura). Il risultato fu che nel Branco della foresta rimasero solo i maschi meno aggressivi, e che le femmine diventarono il doppio dei maschi. Le conseguenze sociali di questo cambiamento furono notevoli. Tra i maschi del Branco della foresta c`era ancora una gerarchia, ma era molto meno rigida di prima. Raramente i maschi di rango superiore molestavano quelli di rango inferiore e di tanto in tanto gli lasciavano perfino una parte del cibo. Le aggressioni erano meno frequenti, in particolare verso gli elementi esterni al gruppo, e aumentarono gli episodi di socializzazione: maschi e femmine che si pulivano a vicenda o sedevano gli uni accanto agli altri. Ogni tanto capitava addirittura che anche i maschi adulti si pulissero avicenda, cosa che non si verifica mai tra i babbuini. Questo nuovo comportamento sociale non era dovuto semplicemente al rapporto numerico squilibrato tra i sessi. Alcuni primatologi hanno osservato dei branchi con un rapporto simile tra maschi e femmine ma con un`atmosfera completamente diversa. Il vero motivo era il tipo di maschi rimasti: la catastrofe demografica, che i biologi evolutivi definirebbero un "collo di bottiglia selettivo", aveva prodotto un branco di babbuini della savana molto diverso da quello a cui era abituatala maggior parte degli esperti. La sorpresa maggiore, però, arrivò qualche anno dopo. Le femmine dei babbuini della savana passano tutta la vita nel branco in cui sono nate, mentre i maschi lo lasciano al momento della pubertà. Di conseguenza, i maschi adulti di un branco sono tutti cresciuti altrove e sono arrivati lì da adolescenti. All'inizio degli anni novanta non era vivo nessuno dei maschi del Branco della foresta con un basso tasso di aggressività e un alto tasso di socializzazione. Tutti i maschi erano arrivati dopo l'epidemia di tubercolosi. Nonostante questo, la particolare atmosfera sociale di quel branco era rimasta invariata, e lo è ancora a vent'anni dal collo di bottiglia selettivo. Quindi i maschi adolescenti che entrano nel Branco della foresta dopo essere cresciuti altrove adottano lo stile dei maschi residenti. Sia per gli antropologi sia per gli etologi la "cultura" è costituita da variazioni di comportamento locali, che si verificano per motivi che non sono né genetici né ambientali e perdurano anche dopo la scomparsa di chi le ha originate. La società a basso tasso di aggressività e ad alto tasso di socializzazione del Branco della foresta costituisce ormai una cultura pacifica multigenerazionale. Le attenzioni delle femmine Continuando a studiare il branco si è cominciato a capire il modo in cui questa cultura viene trasmessa ai nuovi arrivati. La genetica non c`entra e, a quanto pare, neanche l`autoselezione. I maschi adolescenti che entrano nel gruppo non sono diversi da quelli che si trasferiscono in altri branchi, e al loro arrivo mostrano tutti un forte tasso di aggressività e poca socializzazione. Non è neanche dimostrato che i maschi residenti insegnino ai nuovi come comportarsi. Non possiamo escludere la possibilità che il cambiamento avvenga attraverso l`osservazione. Ma è difficile stabilirlo con certezza, perché il tratto distintivo di questa cultura non è un comportamento unico ma la frequenza atipica di una serie di comportamenti tipici. Il meccanismo di trasmissione può essere spiegato osservando il modo in cui i nuovi maschi vengono trattati dalle femmine. In un tipico branco di babbuini della savana, i maschi adolescenti arrivati da fuori impiegano anni a integrarsi nel tessuto sociale. Occupano il livello più basso della gerarchia: sono ignorati dalle femmine e vengono aggrediti dai maschi. Nel Branco della foresta, invece, le femmine circondano di attenzioni i nuovi maschi fin dal primo giorno; in media, tentano i primi approcci sessuali diciotto giorni dopo il loro arrivo e cominciano a pulirli dopo venti giorni. I normali babbuini della savana, invece, introducono questi comportamenti rispettivamente dopo 63 e 78 giorni. I nuovi maschi, quindi, scoprono quasi subito che nel Branco della foresta le cose vanno diversamente. Secondo me, la spiegazione più plausibile è che la particolare cultura di questo branco non viene trasmessa in modo attivo, ma si diffonde grazie al comportamento dei suoi membri. Vivendo in un branco costituito da meno maschi del solito, e per di più non aggressivi, le femmine sono più rilassate e meno diffidenti (in genere il maschio che perde un confronto con un altro maschio attacca una femmina per frustrazione). Di conseguenza sono più disposte ad accogliere amichevolmente i nuovi arrivati, anche se all`inizio si comportano come adolescenti un po` sciocchi. I nuovi maschi, a loro volta, vedendosi trattati così bene, si rilassano e alla fine adottano i comportamenti tipici del branco. Questo esperimento suggerisce forse qualche strategia che possa essere applicata agli esseri umani, a parte quella di scatenare un`epidemia di tubercolosi tra gli individui più aggressivi? Gli uomini possono diventare malleabili e pacifici come i babbuini della foresta? Vantaggi corporativi Un antropobiologo che voglia formulare ipotesi sul comportamento umano deve tener presente che per il 99 per cento della loro storia gli uomini hanno vissuto in piccole bande stabili di cacciatori-raccoglitori. Gli studiosi di teoria dei giochi hanno dimostrato che la situazione di un piccolo gruppo coeso è ideale per favorire la collaborazione: i partecipanti si conoscono tutti tra di loro, hanno la possibilità di giocare spesso insieme (e quindi di punire chi bara) e in modo scoperto (così i partecipanti possono farsi una reputazione). Di conseguenza quelle bande di cacciatori-raccoglitori erano estremamente egualitarie. Dati empirici e sperimentali hanno anche dimostrato i vantaggi cooperativi dei piccoli gruppi rispetto alle grandi organizzazioni.Ma la mancanza di violenza all`interno dei piccoli gruppi può costare cara. I gruppi omogenei che condividono gli stessi valori tendono al conformismo e possono anche essere pericolosi per gli altri. Emulando inconsciamente le pattuglie di frontiera degli scimpanzé maschi, pronte a uccidere per difendere il loro territorio, i militari hanno sempre cercato di formare piccole unità stabili, di inculcargli il senso di appartenenza con una serie di rituali e quindi di farle diventare delle efficienti macchine per uccidere. È possibile ottenere i vantaggi cooperativi di un piccolo gruppo senza che i suoi componenti considerino gli estranei una minaccia? Le risposte a questa domanda sono spesso pessimistiche, perché partono dall`idea che gli esseri umani, in quanto primati, siano xenofobi. E, alcuni studi condotti attraverso una serie di scansioni cerebrali sembrano confermare questa ipotesi. Nella parte più profonda del cervello umano c`è l`amigdala, un`area che controlla la paura e l`aggressività. Una serie di esperimenti ha dimostrato che quando ai soggetti viene mostrato il viso di una persona di una razza diversa, l`amigdala si attiva, come se si preparasse all`azione. Questo succede anche quando l`immagine viene presentata in modo subliminale, cioè tanto rapidamente da non permettere al soggetto di vederla coscientemente. Studi più recenti, tuttavia, mitigano questo pessimismo. Se sottoponiamo allo stesso test un volontario che ha avuto molti contatti con persone di razze diverse, l`amigdala non si attiva. Lo ha fatto Susan Fiske, dell`università di Princeton, in un bellissimo esperimento. Se si prepara il soggetto aiutandolo a pensare agli altri come individui piuttosto che come membri di un gruppo, l`amigdala non reagisce. Forse gli esseri umani sono diffidenti nei confronti dell`altro, ma le nostre opinioni su chi rientra in quella categoria sono modificabili. All`inizio degli anni sessanta una stella nascente della primatologia, Irven DeVore, dell`università di Harvard, pubblicò il primo saggio importante su questo argomento. Parlando della sua specialità, i babbuini della savana, scrisse che avevano "acquisito un temperamento aggressivo per difendersi dai predatori. L`aggressività non è regolata da un rubinetto che può essere aperto e chiuso. Fa parte integrante della personalità delle scinnnie, è così profondamente radicata che ne fa dei potenziali aggressori in ogni situazione". Così i babbuini della savana diventarono l`esempio da manuale di una società aggressiva, fortemente stratificata e dominata dai maschi. Ma, osservando il Branco della foresta, ho notato in alcuni membri di quella stessa specie una tale elasticità nel comportamento da permettere alla loro società di diventare l`Utopia dei babbuini. Le sanguinose guerre della prima metà del ventesimo secolo furono causate dall`aggressività dei tedeschi e dei giapponesi. Eppure oggi, a pochi decenni di distanza, è difficile pensare a due popoli più pacifici. Nel seicento gli eserciti svedesi imperversavano in tutta Europa, mentre ora la Svezia è un esempio di pace e solidarietà sociale. Gli esseri umani hanno inventato sia i piccoli gruppi nomadi sia i superstati continentali e hanno dimostrato una flessibilità tale che i discendenti dei primi possono vivere tranquillamente nei secondi. Noi non abbiamo il tipo di fisiologia o di anatomia che in altri mammiferi condiziona il sistema di accoppiamento, e abbiamo creato delle società fondate sulla monogamia, sulla poliginia e sulla poliandria. Abbiamo anche creato delle religioni in cui la violenza apre le porte del paradiso e altre in cui lo stesso tipo di comportamento è il passaporto per l`inferno. Un mondo di Branchi della foresta che coesistono pacificamente tra loro è possibile? Chi dice che "non è nella nostra natura , forse non conosce abbastanzai primati, compresi noi stessi.

Ama il prossimo tuo
Quattro studiosi spiegano perché è possibile ridurre o addirittura eliminare i conflitti tra esseri umani Secondo lo psicologo, etologo e primatologo olandese Frans de Waal, "la guerra può essere evitata quando i suoi costi superano i benefici". I primati, e in particolare gli esseri umani, sono "grandi calcolatori" e rinunciano volentieri alle strategie aggressive che non servono ai loro scopi. "Come tutti i primati, abbiamo la tendenza a essere ostili nei confronti di chi appartiene a un gruppo diverso dal nostro". Ma alcuni studi condotti sulle scimmie, sui grandi primati e sull`Homo sapiens fanno sperare che possiamo superare questa tendenza all`aggressività e ridurre notevolmente, se non addirittura eliminare, il rischio della guerra. L`aggressività è una caratteristica innata nell`essere umano, ma lo sono anche la propensione a collaborare, a risolvere i conflitti e a riconciliarsi. De Waal ha dimostrato come le scimmie e i grandi primati evitino gli scontri e si riconcilino subito condividendo il cibo, pulendosi a vicenda e addirittura abbracciandosi e baciandosi. Questi tratti sono particolarmente pronunciati in specie come i bonobi. "Nessuna guerra mortale", spiega de Waal, "poca caccia, nessun predominio maschile, e tantissimo sesso". E lo studioso ipotizza che sia proprio la promiscuità a ridurre la violenza dei bonobi. Quello che comincia come uno scontro tra due comunità spesso si trasforma in socializzazione, con i membri dei due gruppi che hanno rapporti sessuali tra loro, si puliscono a vicenda e giocano. De Waal sospetta che il comportamento pacifico dei bonobi dipenda anche da fattori ambientali: abitano in fitte foreste dove il cibo è più abbondante rispetto alle zone semiaperte in cui vivono gli scimpanzé. "La guerra è evitabile", osserva l`antropologo Douglas Fry, dell`Abo akademi finlandese, perché gli esseri umani "hanno una grande capacità di risolvere i conflitti in modo non violento". Fry ha individuato settantaquattro "culture non guerriere": una piccola parte delle società conosciute, ma sufficiente a contraddire l`ipotesi della guerra come fenomeno universale. Fry ha cercato di capire cosa distingue le società pacifiche da quelle più violente studiando gli zapotec, una popolazione contadina che discende dall`antica civiltà guerriera di Oaxaca, in Messico. Fry ha studiato due comunità zapotec, che ha denominato San Andreas e La Paz. Nella comunità di San Andreas la violenza tra i maschi, sulle donne e sui bambini è cinque volte più alta rispetto a quella di La Paz. Secondo Fry, questo è dovuto al fatto che le donne di La Paz si sono guadagnate il rispetto dei maschi, perché contribuiscono al reddito delle famiglie fabbricando e vendendo oggetti di ceramica. Anche l`archeologo Steven LeBlanc, del Peabody museum of archeology and ethnology di Harvard, pur non essendo d`accordo con gli scienziati che sottolineano gli aspetti pacifici della natura umana, pensa che gli esseri umani possano smettere di farsi guerra. "Molte società guerriere, soprattutto la Germania nazista e il Giappone imperiale, sono diventate pacifiche". La guerra sparisce all`improvviso quando si verificano alcuni cambiamenti ambientali o culturali. LeBlanc è convinto che i due strumenti più efficaci per fermarla siano il controllo della crescita della popolazione e la scoperta di un`alternativa economica ai combustibili fossili. ll sociobiologo Edward O. Wilson ritiene che la tendenza all`aggressione di gruppo, e quindi alla guerra, sia profondamente radicata nella nostra storia e nella nostra natura, ma osserva che l`aggressione di gruppo è molto "incostante", assume diverse forme e in certe circostanze può anche scomparire. Secondo Wilson, troveremo un modo per smettere di fare guerra alla natura e di combattere tra noi. Ma sarà una corsa contro il tempo e contro la distruttività umana. "Sono ottimista sulla possibilità di salvare una buona parte della biodiversità", dice, "ma quanta ne salveremo dipende dalla nostra capacità di agire subito". E aggiunge: "Dobbiamo essere ottimisti. Non abbiamo scelta".

L'autore
Robert Sapolsky insegna neurologia all`università di Stanford e biologia all`istituto John A. and Cynthia Fry Gunn. In Italia ha pubblicato "Perché alle zebre non viene l`ulcera?" (Orme Editori 2006) e "Diario di un uomo scimmia" (Frassinelli 2001). Una versione più lunga di questo articolo è uscita su Foreign Affairs.