Quattroruote - 02.04.2004
Il sogno è possibile
Sembra un po' strano, a guardare i problemi di inquinamento con cui la Capitale ogni giorno deve fare i conti, ma proprio a Roma, all'università La Sapienza, c'è un attivissimo gruppo di studio che si occupa di trovare soluzioni alternative ai combustibili fossili, ovvero di liberarci da quella schiavitù che ci lega al petrolio e ai suoi derivati. A coordinarlo è Fabio Orecchini, docente di «Sistemi per l'energia e l'ambiente» alla facoltà di Ingegneria della Sapienza e dell'università Politecnica delle Marche. Recentemente con Vincenzo Naso, professore anch'egli della Sapienza, ha raccolto in un libro, "La società no oil" (Orme Editori, 221 pagine, 16 euro), la summa delle ricerche e della tecnologia finora disponibile per sfruttare le energie alternative.
«Più che un testo scientifico si tratta di un libro divulgativo, nel quale spieghiamo le fasi filosofiche delle nostre ricerche» spiega Orecchini. «Il nostro obiettivo è quello di arrivare alla produzione di energia attraverso i cosiddetti cicli chiusi, quei processi che non generano rifiuti tossici e utilizzano solamente risorse riformabili. Quella dell'idrogeno è una delle strade più battute, anche se c'è bisogno di fare ancora molta ricerca, sia per la sua trasformazione sia per lo stoccaggio e la distribuzione. Ma le tecnologie ci sono e le possibilità che offrirebbero, se sviluppate, sono enormi. Non è l'unica strada, però: ci sono le celle a combustibile, l'energia del sole, del vento, delle biomasse, tutte fonti rinnovabili». Quanto è lontana la scelta di svincolarsi dal petrolio? «Si tratta di una questione politica ed economica, non facile e nemmeno immediata» dice Orecchini. «Di certo sarà un processo graduale, che si svilupperà con le nuove generazioni. Il punto centrale della questione, infatti, è la mentalità: è necessario fare un salto culturale per prendere coscienza della limitatezza delle risorse e dell'urgenza del passaggio ad altre fonti di energia».
Intanto le Case stanno a guardare... «Finora le auto sono tra le macchine che hanno la tecnologia più vecchia: le abbiamo abbellite e arricchite di gadget elettronici, ma il loro cuore è ancora a combustione come più di cent'anni fa. In una sua canzone, Jovanotti coglie bene la contraddizione quando dice: «Viaggiamo su un ferro che ha ancora i pistoni». Anche le vetture con motori più recenti inquinano, enormemente meno che in passato, ma sono pur sempre nocive. Fortunatamente tutte le Case si stanno orientando sulle alternative: c'è chi punta sull'idrogeno, chi sulle fuell cell, chi sulle ibride. Queste ultime sono la soluzione più vicina: auto con scambi di energia tra il motore termico e quello elettrico, sistema che assicura consumi ed emissioni ridotti. Quando ho guidato la Toyota "Prius", per esempio, ho avuto la sensazione di essere su un'auto moderna».
Intanto, però, mentre nei centri di ricerca si studiano queste nuove tecnologie, nelle città come Roma si va a targhe alterne. Perché? «Nessuno, purtroppo, ha la bacchetta magica e dispone della soluzione ideale. Le amministrazioni, però, dovrebbero guardare avanti, con politiche di lungo periodo. In questo senso sono positive scelte come, per esempio, l'adozione di mezzi pubblici a gas. Non servono a nulla, invece, le chiusure: servono solo a testare il grado di sopportazione dei disagi da parte della gente. Soluzioni immediate non sono possibili, si può solo limitare il traffico pesante in città, fare più controlli e introdurre norme più severe sugli impianti di riscaldamento e su quelli industriali, incentivando al tempo stesso le vetture ibride. Il problema è che siamo abituati alle soluzioni tampone, divieti per impedire che qualcosa accada. Bisogna avere il coraggio di scegliere vie alternative, di proporre invece che limitare».
Proprio per creare un movimento di pensiero, per agevolare quel salto culturale necessario al cambiamento, da due anni si tiene "H2 Roma", momento di scambio tra tecnici, scienziati e giornalisti. «Lo organizziamo in collaborazione con La Sapienza, il CNR e l'ENEA» spiega Orecchini. «Si tiene ogni anno a novembre e raduna i maggiori esperti in materia, che fanno il punto della situazione. Il fatto rincuorante è che quello dei giovani è sempre il pubblico più sensibile. Nel nostro gruppo di ricerca, per esempio, non ci sono solo ingegneri, ma anche dottori in statistica e sociologia. E questo mi fa sperare che le cose possano davvero cambiare».
Laura Confalonieri