Corriere della Sera - 06.07.2003
La monaca di Monza: tutto quello che Manzoni non scrisse
Nell'immaginazione di noi studenti liceali di tanti anni fa, la monaca di Monza era, non credo di esagerare, una specie di maitresse.
La lettura dei Promessi Sposi ci era propiziata dalle tavole del Gonin: i bravi con cinturone di cuoio e due pistole appese in vita, il ciuffo sulla fronte, ci facevano fantasticare di agguati e rapimenti. Per don Abbondio, curato campagnolo dall'aria perennemente impaurita, provavamo un senso di pena mista a ironica insofferenza.
Quanto a Lucia, ci intimidiva con quel suo eterno riserbo, quei pudori virginali che mal comprendevamo, abituati, già allora, a riconoscere nelle nostre coetanee segni di maggiore amichevolezza nei confronti di noi maschi. E poi fra' Cristoforo, don Rodrigo, l'Innominato, il Griso: personaggi che nelle nostre fantasie assumevano ruoli ben definiti, in una sorta di teatro didattico dove il bene e il male si davano battaglia con tutto l'ardore di cui i nostri giovani animi erano capaci. Ma per la monaca di Monza era un altro discorso. Lei sì che suggeriva visioni trasgressive! Quella ciocca sulla fronte che le sfuggiva da sotto le bende, segno di vanità malamente repressa, la curiosità inquieta con cui incalzava Lucia durante il colloquio nel monastero, quando «la Signora», come la chiama Manzoni, rivolgeva all'impacciata fanciulla domande che lasciavano trapelare esperienze che una suora non avrebbe dovuto neanche sfiorare col pensiero.
L'insegnante ci raccontava dell'infanzia infelice di Gertrude, indotta a giocare con i santini per predisporsi, passo dopo passo, a pronunciare i voti. Arrivati al momento culminante, quando si profilava sulla scena Egidio, il suo seduttore, ecco la delusione. Invece di raccontare per filo e per segno, come sarebbe piaciuto a noi, la loro rotazione peccaminosa, Manzoni calava il sipario: «La sventurata rispose».
Quella frase lapidaria, spiegava il professore, racchiudeva tutta la tragedia morale e spirituale della protagonista. A noi il compito di supplire con la fantasia a ciò che la letteratura velava di riservatezza. Bene ha fatto allora Mario Oriani, che col suo fiuto di cronista di vaglia è andato a recuperare le cronache del Seicento per raccontare la storia vera di suor Virginia Maria de Leyva (la monaca di Monza, appunto), in base agli atti del processo in cui furono imputati lei e il suo amante, il conte Gian Paolo Osio (l'Egidio manzoniano).
Nel Convento dei delitti, opera prima della casa editrice milanese Orme, Oriani ha «ricucito» la vicenda dei due amanti rintracciando le fonti manzoniane nei verbali dell'epoca. Ne è emersa una vicenda di sesso e sregolatezza, di lussuria criminale e blasfema ma, sorprendentemente, anche d'amore negato e della sua sconvolgente, tragica rivincita.
Gaetano Afeltra