L'Unità - 10.10.2003
È morto a New York il sociologo americano, autore di «Divertirsi da morire». Studiava il rapporto tra tv commerciale e declino della cultura
Postman, contro i media con lo stupore di un bambino
Era un uomo alto, snello, facile al sorriso, non di degnazione o compatimento, ma generoso. Siamo stati colleghi alla New York University a Washington Square, e condividevamo, talvolta, lo stesso tavolo di lavoro nella Bobst Library. La sua morte è una perdita secca per i cultori di sociologia dell'educazione. Il suo orientamento, spesso originale ai limiti del paradosso, non sarà prontamente sostituibile né potrà essere agevolmente ripercorso o ripreso da altri. Nessuno ha dimenticato il suo libro sui media, Divertirsi fino a morire né le sue lezioni, traboccanti di spirito nuovaiorchese, che significa una deliziosa mistura di umorismo ebraico e understatement anglosassone.
Le sue tesi critiche, specialmente sulla televisione, erano state riprese in Italia, con intelligenza e simpatia, da Luciano Gallino. Da qui era nata una polemica garbata che aveva portato a conclusioni di buon senso piuttosto condivisibili, per quanto non molto originali. Ma la lezione, per così dire, di Postman è specialmente utile in Italia, dove gli anatemi contro la televisione, sulla scia di Karl Popper, si accompagnano ad una ignoranza quasi commovente sul mezzo e le sue potenzialità. Postman, pur portato all'entusiasmo, diffidava dell'ottimismo massmediatico del primo Marshall Mcluhan il «profeta dell'elettricità». Notava, con acutezza e senza pedanterie, che l'elettricità non bastava più. Era entrata in scena, e l'occupava tutta a costo di farsi ingombrante, la comunicazione elettronicamente assistita.
Era un cultore di sociologia dell'educazione, era dunque un pedagogista, ma era anche, e salutarmente, alieno da qualsiasi tendenza a sermoneggiare. Il suo generale intento critico e la natura fondamentalmente ironica del suo atteggiamento glielo impedivano. A suo modo, Postman era un realista, ma non, come accade anche troppo spesso in Usa, un realista che accetta il mondo così com'è, anzi, trova che questo è il migliore dei mondi possibile. Era un realista che comprendeva a fondo la funzione sociale dell'utopia. In una cultura permeata di pragmatismo diffidente per ogni costruzione teoretica o semplicemente «ideal-tipica», alla Weber, teneva alta la consapevolezza che non basta descrivere, accettare la realtà così com'è, è necessario interpretare, se non spiegare, predire, valutare, non in senso meramente personale, secondo propri idiosincratici principi di preferenza, bensì valutare in base ad un criterio legato ai bisogni, storicamente maturi, delle grandi maggioranze.
È stato notato (da Angelo Guglielmi in VV. AA., Il futuro della Tv, a cura di Jader Jacobelli, Laterza) che fino agli anni Settanta la Tv in Italia era piena di buone intenzioni e essenzialmente perbenista. Ma ecco che dopo trent'anni di dopoguerra, scrive Guglielmi, «Le ferite della disfatta sembravano... guarite». Gli italiani cominciavano ad assaporare i piaceri dell'embrionale opulenza, forse senza rendersi pienamente conto dei doni danaici che questa offriva e che sarebbero probabilmente approdati all'edonismo disperato e politicamente privo di prospettive del mondo di oggi. «Riflessi di questa nuova situazione - osserva Guglielmi - si fecero immediatamente sentire nell'assetto del servizio televisivo, nel modo più clamoroso possibile. Approfittando, infatti, di una legge che limitava il monopolio pubblico al servizio televisivo nazionale, forti interessi privati fecero irruzione nel settore audiovisivo. In un breve lasso di anni, contando sulla tolleranza del potere pubblico, spuntarono prima una serie di piccole stazioni private e locali e poi, fondandosi tra di loro, veri e propri network. Postman mi diceva che così si copiava, male, la situazione americana, in cui la spinta competitiva non si è mai completamente esaurita appiattendosi in un oligopolio di fatto, ma le tre reti fondamentali, Abc, Nbc, Cbs più Ctn, interagiscono criticamente, debitamente integrate, surrogate e sfidate dalla Public Station che tagliano le gambe alla tv di pura, becera evasione.
Negli ultimi tempi, La scomparsa dell'infanzia, forse il testo più stimolante di Postman in cui prefigura il bambino odierno incollato allo schermo come un inerte francobollo, ci aveva dato modo di approfondire il tema, non si trattava di tornare al bosco, abolendo la tv, e neppure inchinarsi davanti a questo strano totem domestico, manovrato nell'ombra dai burattinai del potere, che perfeziona nel mistero la sua onnipresenza e il suo delirio di onnipotenza. Concordava con me, con un'arrendevolezza che al ricordo ancora mi commuove: bisognava dar corso ad una interazione critica fra i vari mass media, sapendo che i media non mediano, che il significato non viene da essi offerto come un qualunque misurabile precono: un'ora di televisione per due ore di lettura; conversazione sui programmi per filtrarne il significato razionalmente; passeggiate all'aria aperta; descrivere la corteccia di un albero. In una parola, recuperare, integralmente, lo stupore infantile, quel momento di meraviglia interrogante, che è anche all'origine del pensiero occidentale e che i bambini non soffocati dal mondo adulto ancora ci insegnano.
Franco Ferrarotti